ROF 2013

by sabine | agosto 22nd, 2013

Rossini Opera Festival 2013

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PESARO – ANCORA una volta il Rossini Opera Festival di Pesaro si è distinto per la sua capacità di rendere la lirica una nostra amica contemporanea, offrendosi perciò come un esempio. L’unica possibilità di salvezza per l’opera è infatti quella di saper parlare al pubblico di oggi. Se non ci riesce, l’opera muore. Ma se ci riesce, non c’è forma di spettacolo più coinvolgente, trascinante, entusiasmante del teatro d’opera. La sua forza è nell’essere un universale, mettendo in scena tutto ciò che riguarda l’uomo. Ma deve perseguire questo obiettivo in un certo modo, altrimenti rischia di non centrare il vitale bersaglio. Il modo, ovviamente, si chiama regia, che interpreta con forza, si innalza oltre la mera cronaca e non snatura le intenzioni di chi scrisse il lavoro: un aspetto che al Rof, come nei principali festival autenticamente internazionali, hanno capito da un pezzo. Ci vuole coraggio nell’uscire dalla tradizione polverosa – quella che tanto piace alle “care salme”, per usare una calzante e sferzante definizione di un certo tipo di pubblico usata dal giornalista Alberto Mattioli nel suo libro “Anche stasera”, di cui si consiglia vivamente la lettura a chi, in un modo o nell’altro, si occupa di opera – e nello stesso tempo abilità di lettura e di azione.
Una chiara testimonianza in questo senso è l’omaggio che quest’anno Pesaro fa a Jean Pierre Ponnelle, l’artista che in qualche modo fu uno dei precursori dell’arte operistica teatrale in senso contemporaneo.
PONNELLE se ne andò esattamente 25 anni fa, nell’agosto del 1988, ma un anno prima aveva regalato al pubblico “L’occasione fa il ladro”, che quest’anno il Rof sta riproponendo con quello stesso abito: elegante, divertente, cucito su trovate all’epoca sorprendenti e che oggi ritroviamo, rivisitate e aggiornate, in tanti altri spettacoli intelligenti (ne vogliamo parlare di quel bauletto delle meraviglie, che in continuazione butta fuori oggetti?). Bene, senza quel Ponnelle non ci sarebbe, per esempio, un Davide Livermore, che propone “L’italiana in Algeri” nell’unico modo possibile, cioè come un “cartone agitato”, dove tutti ci mettono del loro per dare ragione a Stendhal, quando scrive che l’Italiana è “una follia organizzata e completa”. Una lucida follia che, però, ha bisogno, per funzionare, del perfetto sincronismo tra palcoscenico e buca.
Ma il contemporaneo che si candida a diventare capolavoro, quest’anno al Rof è il “Guillaume Tell”, perché lì Graham Vick ha realizzato la sintesi sublime a teatro. Vale a dire – in una delle opere che più difficilmente si mettono in scena perché è complicatissima da allestire senza lavorare di forbici: l’ultima di Rossini, che, dopo quel finale in cui Uomo e Natura si fondono nella perfezione, non scrisse più per le scene – ha utilizzato i registri della Storia per superarla e farla diventare Arte, dunque un universale che si stacca dalla contingenza, dopo averla utilizzata per farsi comprendere dal pubblico coevo.
Operazione di estrema difficoltà, perché poggia sul crinale dell’astrazione, ma di magistrale risultato, già ora punto di riferimento impreziosito da un Michele Mariotti in stato di grazia. Il miglior direttore della sua generazione.
(Fonte : “Il Resto del Carlino ” articolo di Pierfrancesco Giannangeli)

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